Coronavirus, università chiusa ma biblioteche aperte: «Qual è il senso?»

Perché si considera più rischioso rendere affollate le aule universitarie, ma non si pensi lo stesso per le biblioteche? Se da una parte ciò può tutelare gli insegnanti, sicuramente non agisce ugualmente con i ragazzi. È quello che si chiedono gli studenti universitari di Bologna dopo la decisione del ministero della Salute e della Regione Emilia-Romagna di chiudere le aule dell’Università – fermando da 9 giorni lezioni e sedute di laurea – per tamponare la diffusione del Coronavirus. Da ieri le lezioni sono state attivate online, ma i dubbi e la psicosi tra studenti dell’Alma Mater di Bologna restano. Oltre le biblioteche, sono anche attivi i servizi di ricevimento da parte dei docenti che permettono agli studenti di recarsi nei loro studi per il colloquio, ma non di fare lo stesso per sostenere un esame. «Che senso ha?», si chiedono gli studenti. Per quanto riguarda le lauree invece, i ragazzi finalmente giunti alla fine del loro faticoso percorso di studi sono lasciati nel dubbio, ipotizzando discussioni di tesi telematiche e proclamazioni a porte chiuse. 

Sono dunque gli studenti a sottovalutare la situazione continuando a riunirsi in luoghi pubblici (e quindi l’università dovrebbe adottare manovre più severe), oppure è quest’ultima a sopravvalutare la capacità di diffusione del contagio? E come mai per alcuni corsi sono iniziate oggi le lezioni online, mentre molti altri studenti vengono lasciati nella difficoltà di non poter seguire il loro programma di studi? Con che criterio si creano certe disparità? 

Andrea Giua, rappresentante in Consulta regionale e coordinatore nazionale di Primavera degli studenti, rassicura che avremo presto delle risposte, dal momento che la Sinistra Universitaria ha chiesto alla Regione di convocare la Consulta degli studenti dell’Emilia Romagna per un confronto sul tema e di rivedere l’ordinanza secondo criteri più logici, in accordo con il ministero dell’Università e della Ricerca. 

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