La morte di Abderrahim Fakir e gli scontri tra manifestanti e polizia avvenuti nel centro di Bologna dopo il presidio organizzato lunedì scorso dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per chiedere «verità e giustizia», hanno lasciato una città ancora più divisa. La frattura non riguarda soltanto la ricostruzione di quanto accaduto al Pilastro, sulla quale sono ancora in corso gli accertamenti della Procura, ma anche il clima di scontro che si è creato tra cittadini con posizioni sempre più distanti.
Caso Fakir, Bologna divisa dopo il presidio in centro
Il presidio voluto dal sindaco Matteo Lepore è diventato il momento di maggiore tensione. La manifestazione per chiedere «verità e giustizia» per la morte del 42enne marocchino, in seguito a un intervento della polizia, è stata convocata dal Comune di Bologna nella stessa giornata del decesso (domenica scorsa) per il giorno successivo quando erano ancora in corso le verifiche degli inquirenti e prima degli esiti dell’autopsia necessari per chiarire le cause della morte.
L’iniziativa, nata con l’obiettivo dichiarato di chiedere chiarezza, è stata seguita da una notte di violenze nel centro cittadino, con episodi di guerriglia urbana che hanno ulteriormente alimentato lo scontro politico e sociale.
Da quel momento Bologna si è divisa tra chi chiede le dimissioni del sindaco per la gestione della vicenda e chi invece difende la scelta di promuovere il presidio. Tra chi sostiene l’operato delle forze dell’ordine, chi chiede piena luce sulla morte di Fakir e chi attribuisce la morte ai due agenti intervenuti.
L’odio sui social e lo scontro tra fazioni
Il confronto sulla vicenda è rapidamente diventato uno scontro caratterizzato spesso da accuse, insulti e giudizi definitivi, soprattutto sui social network. In molti hanno espresso posizioni nette senza attendere la conclusione delle indagini, come se la verità sui fatti fosse già stata stabilita. Un clima che ha coinvolto anche il sindaco Matteo Lepore, che ha denunciato messaggi intimidatori ricevuti e, secondo quanto emerso, avrebbe ottenuto una scorta.
Raccontare, come fanno alcuni, che l’odio appartenga soltanto a una parte della città significherebbe offrire una rappresentazione parziale della realtà. La tensione è presente in più direzioni: contro il sindaco, contro la polizia, contro chi chiede prudenza e contro chi sostiene posizioni differenti.
Il ruolo del giornalismo nel caso Fakir
Anche il lavoro dei giornalisti è finito al centro del dibattito. In un clima così polarizzato, all’informazione viene spesso chiesto di schierarsi immediatamente e indicare responsabilità prima che siano disponibili tutti gli elementi. Ma il compito del giornalismo resta quello di raccontare i fatti, distinguere le opinioni dalle ricostruzioni accertate e attendere gli sviluppi delle indagini prima di arrivare a conclusioni definitive.
Bologna divisa: una città che discute da anni
Il caso Fakir non nasce in una città priva di tensioni. Bologna era già attraversata da divisioni profonde su diversi temi legati alla trasformazione urbana e alle scelte amministrative.
Uno dei principali fronti di confronto è stato quello della Città 30, che ha contrapposto chi considera il limite dei 30 chilometri orari una misura per aumentare la sicurezza stradale e chi invece lo ha vissuto come un provvedimento penalizzante per gli automobilisti.
Un altro tema divisivo è stato il tram di Bologna, con cantieri che hanno modificato la viabilità cittadina per anni e generato discussioni tra chi considera l’opera necessaria per il futuro della mobilità e chi ha evidenziato i disagi subiti da cittadini e attività commerciali.
Il confronto duro politico e sociale a Bologna ha riguardato anche le politiche ambientali. Tra gli esempi più discussi ci sono gli alberelli in vaso installati nelle piazze del centro, un intervento finanziato con 128mila euro provenienti da un fondo destinato all’emergenza climatica e contestato da alcuni cittadini e anche dalla Consulta del Verde. O anche gli scontri al Pilastro tra polizia e chi si oppone alla costruzione di un museo dei bambini deciso dal Comune di Bologna con oltre 5 milioni dei fondi del PNRR.
Un altro tema che ha diviso i bolognesi è quello della sicurezza urbana. Le discussioni su Piazza Verdi, sulla zona universitaria e sul degrado hanno contrapposto chi chiede maggiori controlli e chi invece ritiene necessarie soprattutto politiche sociali e culturali.
Gli scontri e il confronto tra Comune e governo
La tensione sul tema della sicurezza era emersa anche in occasione della partita di Eurolega tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv dello scorso autunno, quando alcuni gruppi antagonisti provocarono violenti disordini nel centro cittadino. In quella occasione ci fu un confronto tra il sindaco Matteo Lepore e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla possibilità di spostare l’incontro per motivi di sicurezza.
Una vicenda che oggi viene richiamata da alcuni osservatori per porre una domanda: perché in quella circostanza furono valutati dal sindaco Lepore possibili rischi legati all’ordine pubblico, mentre nel caso del presidio per Fakir non si è verificato lo stesso timore?
La vicenda Fakir sembra, quindi, la goccia più grossa che ha fatto traboccare il vaso e fatto esplodere tensioni già presenti. Bologna appare oggi una città più polarizzata, con due parti spesso incapaci di ascoltarsi.
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