Non sempre per cambiare il mondo serve seguire le regole. Anzi, spesso a farlo sono proprio coloro che le ignorano o non ne sono nemmeno a conoscenza: gli outsider. Liberi da vincoli culturali e aspettative consolidate, hanno la capacità di scardinare lo status quo e proporre idee radicali, a patto di riuscire a superare la diffidenza di un sistema che li percepisce come minaccia.
A indagare il potenziale rivoluzionario degli outsider è un articolato lavoro di ricerca guidato da Simone Ferriani, professore di Imprenditoria e Innovazione all’Università di Bologna e alla Bayes Business School di Londra, cui la MIT Sloan Management Review ha dedicato l’articolo di copertina del numero primaverile 2025.
Dalle periferie dell’accademia all’Olimpo dell’innovazione
I casi di Katalin Karikó, pioniera dell’mRNA e Premio Nobel per la Medicina nel 2023, e di Jack Ma, ex insegnante e fondatore del colosso tecnologico Alibaba, dimostrano che idee rivoluzionarie possono nascere fuori dai circuiti ufficiali. «Le grandi novità spesso provengono dai margini, eppure coloro che le scoprono sono ostracizzati da tutti» afferma Paul Graham, fondatore di Y Combinator, sintetizzando il cosiddetto paradosso dell’outsider.
Ferriani spiega: «C’è un pattern ricorrente nelle storie di innovazione che abbiamo analizzato nel corso degli anni. Gli outsider sono quasi sempre portatori di competenze e idee inedite nei mondi in cui approdano, proprio perché tali idee maturano in contesti diversi da quelli di destinazione».
Dove fiorisce l’innovazione? Al confine tra centro e periferia
Uno studio condotto su 12mila artisti di Hollywood ha evidenziato che il successo creativo non nasce né ai margini né al centro della rete di collaborazioni, ma in una zona ibrida: quella dove la legittimità si fonde con la novità. È lì che le idee outsider trovano il terreno più fertile.
Tuttavia, la sfida più grande resta quella di superare la resistenza del sistema. Come ha dimostrato Solomon Asch negli anni Cinquanta, la pressione del gruppo può neutralizzare anche le intuizioni più brillanti. Ma esiste un modo per spezzare questa inerzia: avere accanto un alleato.
Il potere di una seconda voce
«Fortunatamente – continua Ferriani – gli studi di Asch hanno anche suggerito un meccanismo di ‘disinnesco’ di questa paralisi sociale: la presenza di una seconda voce dissenziente». Una dinamica ben illustrata anche da Derek Sivers in un TED Talk in cui un ballerino solitario diventa, grazie a un secondo ballerino che lo segue, il catalizzatore di un ballo collettivo.
Il ruolo dell’alleato è cruciale, come racconta il professor Cattani della New York University: «Considerate il caso straordinario di John Harrison, un orologiaio autodidatta […] La fortuna di Harrison è cambiata drasticamente quando ha attirato l’attenzione del re Giorgio III, che condivideva la passione di Harrison per l’orologeria».
Parlare la lingua giusta per farsi ascoltare
Spesso gli outsider faticano anche per una questione di linguaggio. «I nostri esperimenti – prosegue Ferriani – dimostrano che quando l’outsider utilizza un linguaggio allineato a quello proprio del contesto in cui cerca di affermarsi, la sua probabilità di successo aumenta significativamente».
La difficoltà di affermarsi non dipende solo dall’esterno. Gli stessi gruppi e organizzazioni che potrebbero trarre vantaggio dalle idee nuove, spesso non riescono a riconoscerle. La causa? I bias cognitivi legati al senso di appartenenza.
Quando l’identità collettiva offusca le idee
Uno degli esperimenti condotti all’Università di Bologna ha mostrato come lo stesso progetto venga valutato diversamente a seconda che sia attribuito a un insider o a un outsider, e a seconda che si stimoli nel valutatore un’identità collettiva o individuale. Risultato: quando prevale l’identità collettiva, le idee degli insider brillano di più. Ma se si stimola la valutazione individuale, sono le idee degli outsider a guadagnare terreno.
Un meccanismo simile viene adottato da Sequoia Capital, uno dei principali fondi di venture capital al mondo: prima che i partner decidano se investire in una startup, ciascuno la valuta individualmente. Solo in un secondo momento avviene il confronto. Una strategia che mira proprio a valorizzare la diversità di giudizio.
Quando il cambiamento apre la porta agli outsider
C’è infine un altro fattore che può favorire l’ascesa degli outsider: il cambiamento. «Le nostre ricerche – spiega Ferriani – suggeriscono che l’outsider riesce spesso ad affermarsi nei momenti di forte e improvviso cambiamento, quelli che chiamiamo ‘inflection points’». È ciò che è accaduto a Karikó con la pandemia da Covid-19, che ha catapultato le sue idee al centro del dibattito scientifico.
Abbracciare l’outsider per scoprire il futuro
Le ricerche coordinate da Ferriani e pubblicate sulla MIT Sloan Management Review offrono un messaggio chiaro: le organizzazioni che vogliono innovare devono imparare a riconoscere, accogliere e valorizzare chi proviene dai margini. Perché, come ricordava Alan Turing, «a volte sono persone inimmaginabili che realizzano le cose che nessuno può immaginare».

