Ci voleva un morto. L’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, avvenuto la sera del 5 gennaio nell’area della stazione ferroviaria, ha spinto Matteo Lepore a chiedere al Prefetto la convocazione urgente del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Una richiesta che arriva solo dopo una tragedia e che a molti suona come una tardiva presa d’atto di una situazione fuori controllo da tempo.
La zona della stazione di Bologna non è diventata improvvisamente un luogo insicuro. Da anni quelle aree, tra cui la Galleria 2 agosto, l’autostazione e la Bolognina (dietro la stazione), la Montagnola (ricordiamo il 21enne ucciso accoltellato nel parco della Montagnola nel maggio del 2024) – non solo l’interno della stazione – sono teatro di episodi di microcriminalità e di un disagio sociale crescente, più volte segnalati e mai affrontati con un piano strutturale capace di prevenire l’escalation. L’omicidio di un giovane lavoratore delle ferrovie dimostra quanto fosse fragile il confine tra degrado tollerato e violenza estrema. Un confine che è stato superato nel modo più drammatico possibile.
Solo dopo la morte di Alessandro Ambrosio la sicurezza dell’area viene definita una “priorità assoluta”. Eppure si tratta di uno snodo strategico per la mobilità cittadina e nazionale, attraversato quotidianamente da cittadini, lavoratori e turisti. Proprio questa centralità avrebbe dovuto imporre interventi tempestivi e continui, non reazioni emergenziali dettate dal sangue versato.
Il Comune ribadisce ora la fiducia nella collaborazione con la Prefettura e l’urgenza di un confronto istituzionale per individuare azioni coordinate. Ma il nodo resta politico: la criminalità a Bologna è in crescita da anni e l’area della stazione ne è uno dei simboli più evidenti. Aspettare l’omicidio di un capotreno per riconoscere che i fenomeni di microcriminalità e disagio sociale possono “degenerare in episodi di estrema gravità” significa ammettere che l’allarme era noto e che, nonostante questo, non si è intervenuti per tempo.
La richiesta del Comitato arriva dunque come una risposta obbligata, più che come una scelta. Una risposta che lascia aperta una domanda scomoda per l’amministrazione cittadina e per tutti gli enti preposti statali che si occupano di sicurezza: quante altre volte servirà il morto perché la sicurezza venga affrontata prima, e non dopo, le tragedie?

