Il progetto “Città 30”, fiore all’occhiello dell’amministrazione Lepore, si inceppa improvvisamente. Il Tar dell’Emilia-Romagna ha annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze che imponevano il limite di 30 km/h in alcune zone della città, dando ragione ai tassisti che avevano contestato il provvedimento per carenze motivazionali e procedurali.
Il problema non è la misura in sé: limitare la velocità urbana può davvero contribuire a ridurre incidenti, morti e feriti (anche se a Bologna non è andata proprio così). Ma l’amministrazione Lepore sembra aver inciampato nella modalità in cui ha imposto il limite di velocità. Secondo il Tar, le ordinanze non hanno fornito motivazioni specifiche strada per strada, rendendo il provvedimento illegittimo. È un errore tecnico, da principianti certo, ma gravissimo se si considera che “Città 30” è stata presentata come la bandiera di un intero mandato.
Propaganda fatta bene e provvedimento male?
La strategia comunicativa del sindaco è sempre stata ambiziosa: ridurre incidenti, inquinamento e rumore, migliorare la distribuzione dello spazio pubblico, favorire la mobilità a piedi e in bici, e promuovere il commercio di vicinato. Tutti obiettivi condivisibili, ma la legittimità del provvedimento è la base senza la quale anche le migliori intenzioni vacillano. Per due anni molti i cittadini hanno rispettato limiti e segnaletica (moltissimi altri no e alcuni di loro sono stati anche multati) e ora scoprono che parte di quel provvedimento non aveva fondamento legale in quanto fatto male?
Ciò solleva una domanda semplice ma importante: se Bologna Città 30 è davvero il simbolo dell’amministrazione, si assumeranno responsabilità per un errore tanto evidente?
La battuta d’arresto del progetto “Città 30” non è solo una sconfitta giudiziaria, ma anche un’occasione persa per riflettere su come si costruiscono politiche urbane credibili, sostenibili e rispettose dei cittadini. Il rischio è che, senza una gestione più rigorosa, la bandiera dell’amministrazione Lepore rischi di sbiadire agli occhi di chi doveva beneficiarne davvero: i cittadini di Bologna.

