Alcune persone continuano a fare scelte inefficaci anche quando l’esperienza indica chiaramente strade migliori. È quanto emerge da uno studio condotto dal Centro di Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bologna, attivo al Campus di Cesena, che ha analizzato il ruolo dei segnali ambientali nel processo decisionale.

La ricerca, pubblicata su The Journal of Neuroscience, mostra come determinati individui restino influenzati da stimoli che in passato erano associati a ricompense, anche quando questi smettono di essere affidabili. In pratica, segnali che un tempo aiutavano a scegliere correttamente continuano a guidare il comportamento, pur non rappresentando più la scelta migliore.

«La nostra indagine ci permette di comprendere meglio perché alcune persone sono più vulnerabili a comportamenti disfunzionali come le dipendenze, le compulsioni o altre difficoltà di controllo delle scelte», spiega Sara Garofalo, professoressa al Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari” dell’Università di Bologna e autrice senior dello studio. «Alcuni segnali ambientali come, luoghi, oggetti o situazioni specifiche, possono infatti continuare a esercitare una forte influenza anche quando sono associati a conseguenze negative».

Come funziona la scelta

Secondo gli studiosi, il cervello utilizza due sistemi principali per apprendere come comportarsi. Da una parte c’è l’apprendimento basato sull’esperienza diretta, che permette di capire quali azioni portano a risultati positivi. Dall’altra c’è l’apprendimento che associa determinati stimoli dell’ambiente, come immagini o suoni, alle ricompense. In condizioni normali questi due sistemi collaborano, ma quando i segnali anticipatori mantengono un peso eccessivo anche dopo aver perso il loro valore informativo, il processo decisionale può diventare inefficace.

L’esperimento

Per studiare questo meccanismo, i ricercatori hanno coinvolto sessanta partecipanti in un esperimento articolato in tre fasi, utilizzando una slot machine virtuale. Inizialmente, alcune immagini venivano associate a vincite. In una fase successiva, i partecipanti imparavano che l’uso di una leva specifica aumentava le probabilità di successo. Nell’ultima fase, le immagini potevano ricomparire, ma senza influenzare in alcun modo le possibilità di vincita.

I risultati hanno evidenziato l’esistenza di due diversi profili decisionali. «Da un lato ci sono i goal-trackers, ovvero persone che si basano maggiormente su ciò che hanno imparato attraverso l’esperienza diretta, e dall’altro ci sono i sign-trackers, che tendono invece a fissarsi e a lasciarsi guidare dagli stimoli predittivi», spiega Giuseppe di Pellegrino, professore al Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari” e autore senior dello studio.

Quando i segnali predittivi tornavano a comparire senza essere più rilevanti, i sign-trackers commettevano un numero maggiore di errori rispetto ai goal-trackers. «Il problema è che queste persone fanno più fatica ad aggiornare rapidamente il valore di questi segnali quando la situazione cambia: continuano a comportarsi come se certi stimoli fossero ancora significativi, anche quando non lo sono più», aggiunge Di Pellegrino.

Lo studio suggerisce che la difficoltà non sta nel mancare di esperienza, ma nel restare ancorati a collegamenti che il cervello fatica ad abbandonare. Comprendere questi meccanismi, sottolineano i ricercatori, può aiutare a spiegare perché alcune persone siano più esposte a comportamenti disfunzionali, come le dipendenze o altri disturbi del controllo delle scelte.

La ricerca, intitolata “Reduced Pavlovian value updating alters decision-making in sign-trackers”, ha coinvolto per l’Università di Bologna Luigi Degni, Lorenzo Mattioni, Claudio Danti, Valentina Bernardi, Marco Badioli, Francesca Starita, Giuseppe di Pellegrino e Sara Garofalo del Centro di Neuroscienze Cognitive del Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari”, con sede al Campus di Cesena.

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