Si sono dati appuntamento oggi alle 12:30 in piazza del Nettuno per alzare la voce e chiedere tutele e dignità: sono i migranti ospitati nel centro di accoglienza straordinaria (CAS) di Malalbergo, che si oppongono all’ordine di espulsione arrivato dalla Prefettura di Bologna. Nove di loro, tra titolari di protezione internazionale e richiedenti asilo ancora in attesa dell’esito del ricorso, hanno ricevuto la notifica di dover lasciare la struttura entro tre giorni. Un termine ritenuto impossibile da rispettare, dato che molti hanno in mano solo la ricevuta del permesso di soggiorno e nessuna alternativa abitativa concreta.
A denunciare la situazione sono stati PLAT – Piattaforma di Iniziativa Sociale, il Coordinamento Migranti e il Collettivo Edera, che parlano apertamente di «razzismo istituzionale». La protesta non riguarda solo i nove coinvolti, ma si estende a un fenomeno più ampio: secondo gli attivisti, sono già in corso altre espulsioni nei CAS di tutta l’area metropolitana, in linea con le politiche di esclusione e repressione promosse dal governo centrale.
La richiesta è chiara: fermare gli sgomberi e garantire un percorso di accoglienza stabile. Nel mirino anche ASP Città di Bologna, l’ente comunale che dovrebbe farsi carico della seconda accoglienza, e che, secondo i promotori dell’iniziativa, avrebbe evitato di assumersi responsabilità. «Non accetteremo in silenzio di essere sbattuti per strada!» gridano i migranti, che hanno deciso di portare la loro battaglia simbolicamente sotto le finestre di Palazzo d’Accursio, sede del Comune.
Una scelta che chiama in causa l’amministrazione comunale, oggi impegnata in una campagna referendaria sui diritti e sull’integrazione. «Bologna non può diventare la vetrina dell’ideologia securitaria promossa dal governo centrale sulla pelle delle e dei migranti»: è l’appello degli attivisti, che chiedono al Comune una presa di posizione netta e concreta contro ogni forma di discriminazione.
foto: di archivio

