Il Consiglio degli studenti di Bologna chiede il voto fuorisede per il referendum sulla giustizia

Il diritto di voto per i cittadini fuorisede rischia di saltare in occasione del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Non ci sarebbe la possibilità per gli studenti e i lavoratori non residenti di votare lontano dalla propria città. «A Bologna ci sono più di 40 mila studenti fuorisede, oltre a moltissimi lavoratori e ricercatori non residenti dell’Università», spiega Arianna Castronovo, siciliana fuorisede e senatrice accademica dell’Unibo del sindacato studentesco SIG-SISP-Studenti Indipendenti. «L’Unibo, tra studenti, lavoratori e ricercatori, è composta per più della metà da persone che non hanno la propria residenza a Bologna».

Per difendere questo diritto, il Consiglio degli studenti dell’ateneo ha approvato all’unanimità una mozione che invita l’Università a sostenere con forza il voto fuorisede e a promuovere una legge che renda stabile questo diritto. «Una legge necessaria per rimuovere un ostacolo economico che preclude l’esercizio di un diritto fondamentale come quello di voto per la comunità accademica dell’Università di Bologna», aggiunge Castronovo.

«L’approvazione all’unanimità in Consiglio degli studenti è un importante segnale, l’Università sa da che parte stare: con i suoi studenti, con i suoi lavoratori e per i loro diritti», conclude Castronovo. L’obiettivo ora è coinvolgere il Senato accademico e il Rettore, spingendo insieme agli altri atenei italiani per una legge che garantisca il voto fuorisede in tutte le consultazioni future.

Cosa è questo referendum?

Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 in Italia è un referendum costituzionale confermativo: gli elettori sono chiamati a decidere se approvare o respingere una legge di modifica della Costituzione appena approvata dal Parlamento che riguarda l’ordinamento giudiziario.

Il punto principale su cui si vota è la riforma dell’ordinamento giudiziario, in particolare la cosiddetta separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (cioè non potranno più passare da una funzione all’altra). Inoltre, la riforma prevede anche modifiche costituzionali all’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e l’istituzione di nuovi organi di disciplinare per i magistrati.

Se i votanti rispondono “Sì”, la legge costituzionale viene confermata e le modifiche entrano in vigore; se dicono “No”, la legge non viene approvata e resta com’è oggi.

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