Una classe prima in meno alla scuola secondaria di primo grado Testoni Fioravanti dell’Istituto Comprensivo (IC) 5 a partire dal prossimo anno scolastico. Sarebbe questa l’intenzione comunicata dall’Ufficio Scolastico Territoriale durante un incontro con l’istituto, alla luce del calo delle iscrizioni e dello spostamento di un gruppo consistente di alunni verso scuole fuori dallo stradario. Parallelamente sarebbe prevista l’attivazione di almeno una classe in un altro istituto comprensivo.
La decisione riguarda la scuola del quartiere Navile e ha spinto i docenti dell’IC 5 a prendere posizione pubblicamente, indirizzando in una lettera le loro osservazioni al direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale Bruno Di Palma, al dirigente dell’Ufficio Scolastico V Giuseppe Antonio Panzardi, al sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’assessore Daniele Ara e alla presidente del quartiere Navile Federica Mazzoni.
Secondo gli insegnanti, la riduzione non può essere considerata un semplice riequilibrio numerico tra istituti. La scuola coinvolta opera in un’area periferica con caratteristiche sociali e culturali specifiche e, spiegano, sottrarre una classe significa incidere direttamente sull’offerta educativa del territorio.
Nella lettera viene contestata l’affermazione attribuita al dirigente Panzardi secondo cui «se un istituto fa una classe in più e un altro una in meno, per noi il conto è pari, non c’è bisogno di penalizzare le famiglie». Per i docenti «Il conto non è pari». La redistribuzione delle classi, sostengono, non può essere valutata soltanto sul piano aritmetico, ma deve tenere conto dell’impatto sociale e delle condizioni di partenza dei quartieri coinvolti.
La scuola, in contesti complessi, viene descritta come un presidio di democrazia e coesione sociale, capace di garantire pari opportunità formative e di contrastare il degrado attraverso attività anche extrascolastiche. Ridurre una classe, secondo gli insegnanti, rischia di indebolire questo ruolo e di alimentare dinamiche di marginalizzazione.
I docenti riconoscono la libertà di scelta delle famiglie, ma chiedono alle istituzioni di interrogarsi su come evitare che tali dinamiche producano disparità crescenti fino a una progressiva ghettizzazione delle scuole di periferia. «Non penalizzare le famiglie» – scrivono – significa potenziare i presidi educativi locali, non favorire lo spostamento degli studenti da un quartiere all’altro.
L’IC 5 richiama anche un precedente che ha interessato la scuola primaria Federzoni, dove una fase di sfiducia iniziale è stata superata grazie al lavoro del corpo docente e alla costruzione di una rete con enti del territorio, Università e associazioni. Un’esperienza che, secondo gli insegnanti, dimostra come il cambiamento sia possibile, ma richieda tempo e sostegno strutturale.
«Noi docenti continueremo a fare la nostra parte», si legge nella parte conclusiva del documento, dove viene ribadita la volontà di difendere l’identità e l’offerta formativa dell’istituto. «La scuola non è un semplice saldo numerico: è un presidio di equità. E l’equità non si ottiene sottraendo a chi ha meno, ma scegliendo con coraggio di sostenere dove il bisogno è maggiore».
foto: unica.istruzione.gov.it

