Ci sono voluti sei giorni di occupazione e la spinta degli attivisti per muovere l’amministrazione comunale di Bologna. Solo dopo che cinquanta famiglie hanno preso possesso illecitamente dello stabile di via Don Minzoni 12, con tanto di attenzione mediatica e tensione politica, Palazzo d’Accursio si è affrettato a convocare un tavolo in Prefettura e a trovare, nel giro di poche ore, soluzioni abitative temporanee e promesse di accoglienza.
È un dato che fa riflettere. Da mesi, forse da anni, si parla di emergenza abitativa a Bologna: sfratti, affitti inaccessibili, famiglie che non riescono a trovare un tetto, studenti in cerca di una stanza. Eppure, solo quando un’occupazione di un immobile Asp (ente pubblico del 97% del Comune, Città Metropolitana di Bologna 2% e Fondazione Carisbo 1%) costringe il Comune al confronto, le soluzioni sembrano improvvisamente comparire. Hotel per le famiglie rimaste senza casa, accoglienza tramite Acer, percorsi personalizzati dei servizi sociali: interventi che, seppur necessari, arrivano solo dopo una pressione dal basso.
La domanda è inevitabile: serve davvero occupare un edificio per ottenere ascolto? Perché le risposte dell’amministrazione arrivano solo quando a chiederle sono gruppi vicini a certi ambienti dei centri sociali, spesso politicamente non troppo distanti dalla stessa giunta? La rapidità con cui è stato risolto il caso di via Don Minzoni, rispetto alla lentezza con cui vengono affrontate altre situazioni analoghe, rischia di lanciare un messaggio pericoloso: che a Bologna per avere una casa basta forzare un portone di un ente pubblico (con l’1% della Fondazione Carisbo) e resistere qualche giorno.
Non è questione di negare la gravità dell’emergenza abitativa, né di criminalizzare chi vive in condizioni di fragilità. Ma la gestione di questa crisi non può dipendere da chi alza la voce più forte o da chi ha la capacità di mettere in difficoltà il Comune. L’equità sociale non si misura sull’urgenza politica del momento, né sulla vicinanza ideologica di chi protesta.
Bologna ha bisogno di politiche abitative solide, strutturali e preventive, non di soluzioni tampone scattate dopo un’occupazione. Perché se il segnale che passa è che solo chi occupa ottiene risposte, si rischia di trasformare un problema sociale in una strategia politica. E a rimetterci, come sempre, saranno i tanti che aspettano in silenzio, senza visibilità e senza voce.

