Il microbioma nei migranti sbarcati in Italia è alterato, lo studio dell’Università di Bologna

Uno squilibrio marcato del microbioma intestinale è stato riscontrato nei richiedenti asilo appena arrivati in Italia, con segnali di stress biologico, perdita di diversità batterica e aumento di microrganismi opportunisti che potrebbero incidere sulle condizioni di salute. È quanto emerge da una ricerca coordinata da Marco Candela del dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna e pubblicata su Scientific Reports.

Lo studio ha analizzato il microbioma intestinale di 79 richiedenti asilo provenienti da Paesi africani, monitorati per un anno nel centro di accoglienza di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. I dati sono stati poi confrontati con quelli di popolazioni rurali e urbane di diversi continenti e con un gruppo di cittadini italiani.«Il viaggio che compiono le persone migranti per arrivare in Italia – caratterizzato da traumi, cambiamenti alimentari e condizioni di vita estreme – lascia un’impronta misurabile sulla loro salute intestinale, e queste alterazioni potrebbero aumentare la vulnerabilità a infezioni e infiammazione, rendendo ancora più fragile una popolazione già esposta a molteplici rischi sanitari», afferma Candela.

Dalle analisi emerge una significativa riduzione della diversità microbica e un incremento di batteri opportunisti, elementi che indicano una condizione di disbiosi. Il profilo osservato conserva alcune caratteristiche tipiche delle popolazioni rurali di origine, ma mostra al tempo stesso segni evidenti di alterazione dell’ecosistema intestinale.

«La migrazione forzata non è solo un fenomeno geopolitico: è un evento con un impatto determinante sulla salute delle persone», aggiunge Candela. «Monitorare il microbioma dei richiedenti asilo significa quindi comprendere meglio le loro esigenze di salute e poter intervenire in modo più efficace».

Secondo il Rapporto Mondiale sulle Migrazioni dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dal 1970 il numero di migranti nel mondo è più che triplicato. Dal 2008 sono in media 21,5 milioni le persone costrette a migrare ogni anno. Nel 2024 l’Italia è stato il Paese europeo con il maggior numero di arrivi via mare, pari a 41.617 persone.

L’analisi scientifica evidenzia che il microbiota dei rifugiati si colloca in una posizione intermedia rispetto ai gruppi di confronto: meno diversificato rispetto alle popolazioni rurali africane e con una maggiore presenza di batteri associati a stati infiammatori o a stress psico-fisico.

«Il microbiota delle persone rifugiate è significativamente meno diversificato rispetto a quello delle popolazioni rurali africane da cui molti di loro presumibilmente provengono e mostra un incremento di batteri opportunisti spesso associati a stati di infiammazione o a condizioni di stress psico-fisico», spiega Giorgia Palladino, prima autrice dello studio. «Abbiamo infatti osservato la perdita di diversi microrganismi che sono tipici del microbiota delle popolazioni non industrializzate e sono noti per sostenere funzioni cruciali per la salute intestinale: un segnale precoce di squilibrio microbico che merita attenzione clinica e sanitaria».

I ricercatori sottolineano la necessità di considerare il microbioma come indicatore di salute anche nell’ambito delle politiche di accoglienza, ipotizzando interventi mirati sul piano nutrizionale, nella prevenzione delle infezioni e nella gestione dello stress.

«Comprendere in che modo il viaggio e le condizioni di transito influenzino il microbiota può aiutarci a progettare interventi mirati», conclude Palladino. «Questi dati potrebbero rivelarsi utili ad esempio nel supporto nutrizionale, nella prevenzione delle infezioni e nella gestione dello stress».

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