«La sola borsa di studio non mi permette di coprire le spese riguardanti affitto della stanza e cibo». A dirlo è Marica, una studentessa di informatica fuori sede a Bologna, che racconta la sua corsa ad ostacoli nel tentativo di laurearsi entro il proprio anno accademico. A Bologna vive e studia da tre anni. «Preparo l’ultimo esame del trimestre e cerco contemporaneamente e disperatamente lavoro per poter vivere nella cara Bologna», racconta.
I problemi per Marica subentrano a metà del secondo anno quando il caro affitti e il caro vita cominciano a pesare. Per la studentessa, nel capoluogo emiliano per poter studiare e mantenersi è necessario lavorare. A Bologna, rinomata ”la Grassa”, è immersa in studi di programmazione informatica e in diversi lavori nella ristorazione. I vari impegni per poter sopravvivere la portano a perdere l’agevolazione della borsa di studio. Non raggiunti i crediti formativi nelle dovute tempistiche universitarie, si ritrova con un part-time da barista e qualche aiuto dalla famiglia. Ed ecco come la vita da “precaria” aggroviglia i sogni e le aspirazioni della studentessa.
Bologna non è più la stessa
“La Dotta” , che un tempo era culla delle nuove generazioni e del loro futuro, oggi cede il posto a valori poco affini con quelli che erano espressi in passato. È uno sguardo al microcosmo sociale in cui precipitano un numero sempre maggiore di studenti, provenienti da ceti familiari con basso reddito. Le stesse famiglie considerate dalla gestione comunale attuale già fin troppo agevolate.
La precarietà a Bologna
Marica oggi studia e cerca lavoro. Sì, ancora. Sempre il solito storytelling. Ha concluso il suo ultimo rapporto lavorativo in modo travagliato dentro una piccola realtà ristorativa, conduzione familiare bolognese, del centro storico. Si è dovuta licenziare a causa di un contratto disdicevole. Sottopagata e messa alle strette dall’azienda si è affidata al sindacato. “Mi hanno detto di mettermi in malattia e licenziarmi a breve. Non c’erano alternative valide da percorrere vista la mia situazione contrattuale», confessa così, dopo i colloqui con chi tutela i lavoratori.
Le speranze di Marica risiedono tutte “nell’ anno che verrà”, sognando di portare a casa una laurea tanto sofferta. Quell’anno che verrà, come intonava Lucio Dalla, è la porta che chiude il racconto. La storia di Marica interroga, e pone davanti un quesito che il grande maestro di Piazza Grande aveva colto benissimo: “Cosa sarà? Che ti spinge a picchiare il tuo re; che ti porta a cercare il giusto, dove giustizia non c’è”.

