A Bologna le uova di Pasqua pesano meno e costano di più. L’allarme arriva dall’indagine dell’associazione U.Di.Con. Emilia-Romagna, che conferma quanto rilevato a livello nazionale: quasi 9 italiani su 10, l’84%, hanno notato confezioni più leggere con prezzi più alti. Il fenomeno, noto come shrinkflation, colpisce tutte le fasce di mercato. Per le uova industriali di marca, il prezzo medio al chilogrammo è passato dai circa 70 euro del 2025 a 77 euro nel 2026. Nei supermercati cittadini, un uovo di fascia media tra i 200 e i 300 grammi costa tra 7 e 22 euro, con differenze dovute più a licenze e gadget che alla qualità del cioccolato.
Il divario si allarga nel settore artigianale: nelle pasticcerie tradizionali, il prezzo si aggira tra 30 e 40 euro a pezzo, mentre nelle boutique gastronomiche di lusso si superano facilmente i 100 euro. Di fronte a questi rincari, quasi tre bolognesi su quattro stanno modificando le proprie scelte d’acquisto, privilegiando sottomarche, promozioni o riducendo il numero di uova comprate.
«Come associazione – spiega Antonio Rachele, commissario regionale di U.Di.Con. Emilia-Romagna – invitiamo i cittadini a non farsi distrarre dalle dimensioni della scatola, spesso sproporzionata rispetto al contenuto, e a verificare sempre il prezzo al chilo riportato obbligatoriamente a scaffale. Solo questo dato permette un confronto reale tra i prodotti e aiuta a difendersi dai rincari occulti della sgrammatura»
A rendere il quadro ancora più critico è un elemento apparentemente contraddittorio: nonostante il calo delle quotazioni del cacao sui mercati internazionali rispetto ai picchi del 2024, i prezzi al consumo a Bologna non mostrano segnali di diminuzione. «Le industrie giustificano la situazione con la necessità di smaltire scorte acquistate a costi elevati, ma per i consumatori il risultato è evidente: l’85% giudica le uova di Pasqua eccessivamente costose. Tra confezioni ridotte, aumenti generalizzati e percezione diffusa di rincari ingiustificati, la Pasqua 2026 rischia così di lasciare in molti bolognesi un retrogusto ben diverso da quello del cioccolato», conclude Rachele.

