Bologna in emergenza abitativa, «Il welfare mostra la sua crisi più profonda proprio sul tema casa»

Bologna mostra la fragilità del suo welfare sul tema casa: in questi giorni, le difficoltà emergono con evidenza tra sgomberi, occupazioni e interventi di emergenza. Lo dimostra quanto accaduto a via Michelino e via Don Minzoni, dove famiglie senza una sistemazione stabile hanno dovuto fare i conti con l’assenza di risposte tempestive da parte dei servizi pubblici. SI può riassumere così il pensiero di Confabitare di Bologna, associazione dei proprietari immobiliari, secondo cui lo sgombero di via Michelino ha evidenziato la crisi strutturale del sistema: «le stesse professionalità che un mese fa non avevano strumenti per intervenire si ritrovano ora a gestire l’emergenza, ma solo dopo il clamore mediatico», commenta Alberto Zanni, presidente nazionale dell’associazione.

Gli assistenti sociali del Comune, pur impegnati da mesi, non erano riusciti a trovare soluzioni adeguate per le famiglie, che nei giorni successivi si sono spostate nello stabile di via Don Minzoni, occupato illegalmente da collettivi. In quella situazione, professionisti del sociale e studenti hanno scelto di intervenire al di fuori dei canali istituzionali per rispondere ai bisogni immediati.

La vicesindaca Emily Clancy ha confermato l’assegnazione degli alloggi «nel rispetto delle liste Acer», riconoscendo però che molte situazioni vengono gestite in emergenza, con una regia frammentata e spesso tardiva.

Per Confabitare, il problema non riguarda solo la disponibilità di case, ma la qualità delle relazioni che sostengono il sistema di welfare: «Un welfare moderno deve garantire efficienza e responsabilità, valorizzare le competenze dei professionisti e promuovere una collaborazione reale con il privato sociale. È in questa direzione che Bologna deve guardare, se vuole ricostruire fiducia e stabilità».

L’associazione evidenzia come il modello di welfare bolognese si regga sempre più sui volontari e sulle reti solidali, con psicologi, educatori e mediatori che spesso operano fuori dalle strutture pubbliche per colmare i vuoti lasciati dalla burocrazia e dalla carenza di fondi.

La città appare così in una spirale dove chi lavora nel sociale si confronta con l’illegalità delle occupazioni e il Comune deve correre dietro a soluzioni tampone, in un contesto che mette a dura prova fiducia e relazioni tra cittadini, istituzioni e operatori del sociale.

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