Se c’è un elemento che emerge con chiarezza dalla nota scriitta su Facebook diffusa (con i commenti bloccati – sic!) dal Partito Democratico di Bologna e firmato da Enrico Di Stasi, segretario provinciale Pd Bologna, non è tanto la condanna degli scontri avvenuti davanti alla Prefettura, quanto una serie di paradossi politici.
Il primo è il più evidente. Dopo una serata culminata con una vera e propria guerriglia urbana nel centro di Bologna, con agenti feriti, mezzi incendiati, vetrine danneggiate e un arresto, ci si sarebbe potuti aspettare almeno un’assunzione di responsabilità politica da parte della forza che governa la città. Invece no. Nessuna autocritica. Nessuna riflessione sul fatto che il presidio convocato dal sindaco Matteo Lepore si sia concluso con violenti scontri. Al contrario, il Pd arriva addirittura a ringraziare il primo cittadino «per averla chiamata in piazza e avere unito la cittadinanza».
Una frase che inevitabilmente suscita interrogativi. Perché il bilancio della serata non racconta soltanto di una piazza partecipata e pacifica, ma anche di ore di devastazioni che hanno segnato il centro storico. Sostenere che quella convocazione abbia semplicemente “unito la cittadinanza”, ignorando ciò che è accaduto dopo, appare quantomeno una lettura parziale della realtà.
C’è poi un secondo paradosso, ancora più politico
Nella nota il Pd accusa la destra di «voler solo dividere, pretendendo di conoscere già gli esiti delle indagini in modo pregiudiziale». Un’accusa che, letta alla luce di quanto avvenuto nei giorni precedenti, rischia però di ritorcersi contro gli stessi democratici.
È stato infatti proprio il sindaco Matteo Lepore a convocare un presidio pubblico per chiedere “verità e giustizia” sulla morte di Abderrahim Fakir quando le indagini erano appena iniziate e senza che fosse ancora stata ricostruita con certezza la dinamica dei fatti. Una scelta legittima sul piano politico, ma che rappresenta essa stessa una presa di posizione prima della conclusione degli accertamenti.
Se si rimprovera agli avversari di anticipare giudizi prima che la magistratura faccia chiarezza, diventa difficile sostenere che organizzare una manifestazione pubblica sullo stesso caso non produca un effetto analogo sul piano del dibattito pubblico.
Il punto non è negare il diritto di chiedere trasparenza. È un diritto che appartiene a tutti. Così come è giusto pretendere che venga fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir. Ma proprio per questo sarebbe auspicabile che lo stesso principio venga applicato con coerenza, indipendentemente dalla parte politica.
Nella parte finale del comunicato, il Pd invita a non spostare l’attenzione sugli scontri degli antagonisti (piace vincere facile?) e sostiene che il tema centrale debba restare la morte di Fakir. È una posizione comprensibile. Ma questo non significa che quanto accaduto nel cuore di Bologna possa essere liquidato come un episodio secondario. Gli scontri fanno parte della stessa giornata e hanno avuto conseguenze concrete per la città, per i cittadini e per le forze dell’ordine.
Condannarli è doveroso. Fingere che non abbiano anche un rilievo politico, invece, rischia di apparire come un modo per separare artificialmente due fatti che, nel bene e nel male, resteranno inevitabilmente legati nella cronaca di quella serata.
Infine resta una domanda politica, forse la più importante: se il Pd ritiene che la destra sbagli nel formulare giudizi prima della conclusione delle indagini, perché non applicare lo stesso metro alla scelta di trasformare una vicenda ancora tutta da chiarire in una mobilitazione pubblica promossa dal sindaco? È una contraddizione che la nota del Pd di Bologna non scioglie. E che, anzi, finisce per rendere ancora più evidente.

