Il Comune di Bologna “baratta” ristrutturazioni pubbliche con alloggi per i dipendenti delle imprese private?

Il Comune di Bologna ha deciso di affidare 25 alloggi comunali inutilizzati alle imprese, lasciando che siano loro a ristrutturarli a proprie spese prima di destinarli temporaneamente ai propri dipendenti. A prima vista, potrebbe sembrare una soluzione pragmatica: le case erano inutilizzabili, i lavoratori hanno bisogno di un tetto. Ma scavando un po’ più a fondo emerge un quadro che potrebbe essere preoccupante.

Affidare al privato la manutenzione e la riqualificazione del patrimonio pubblico solleva interrogativi. Chi paga davvero per garantire abitazioni dignitose? È davvero corretto (eticamente) che il Comune trasferisca sui bilanci delle imprese il peso di recuperare immobili che dovrebbero essere di sua responsabilità? In questo modo, la funzione pubblica si riduce a un ruolo di semplice mediatore, mentre le case comunali diventano strumenti di gestione dei costi per i privati.

La misura interessa soprattutto lavoratori in mobilità geografica, che arrivano a Bologna da altre regioni o dall’estero. Ma il rischio è che la città continui a dipendere dal “privato che sistema il pubblico”, senza affrontare il problema strutturale della carenza di alloggi sociali e accessibili. Non si tratta solo di 25 case: è un modello che può creare precedenti per il futuro, spostando sull’impresa la responsabilità di garantire un diritto fondamentale.

Il canone di locazione contribuirà a coprire le spese di ristrutturazione, ma il fatto resta: il patrimonio pubblico non viene valorizzato dalla collettività, ma ceduto temporaneamente a chi può permettersi di investire. I cittadini e i lavoratori restano spettatori di un sistema in cui l’accesso alla casa dipende più dalla capacità economica delle imprese che da politiche abitative coerenti e sostenibili.

Bologna avrebbe bisogno di risposte concrete sul diritto alla casa. “Affidare” immobili pubblici al privato può essere una soluzione temporanea, ma può diventare un alibi per evitare scelte coraggiose e strutturali sul patrimonio abitativo della città.

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