“Caro Dante” al carcere di Bologna, un progetto dell’Università di Bologna che coinvolge i detenuti

La Divina Commedia varca le sbarre della Dozza. Lo scorso 30 giugno, nella casa circondariale di Bologna, è terminata la seconda edizione di “Caro Dante”, un progetto curato dal professore Ron Jenkins della Wesleyan University e dal professore Filippo Milani dell’Università di Bologna. Dal 22 giugno, in quattro appuntamenti da tre ore, i docenti hanno guidato un ristretto gruppo di detenuti della sezione penale in un percorso di riscrittura creativa attraverso un dialogo costruttivo con sei studenti dell’Alma Mater.

Dal carcere i nuovi bestiari della giustizia

Così come nei bestiari medievali, grandi testi illustrati che associavano animali reali e fantastici a valori morali e religiosi, i detenuti hanno scelto due animali per loro simboli rispettivamente di giustizia e di speranza. A partire da questo accostamento hanno scritto due dialoghi e, nonostante le difficoltà di affrontare il testo originale, il risultato è stato straordinario: nel canto XIX del Paradiso, non è più Dante a dialogare con l’aquila, allegoria della giustizia, ma le voci del carcere con un licaone, un ghepardo, una rondine, una fenice e un cane. E se gli accostamenti tra gli animali e la giustizia possano sembrare inconciliabili, rivelano invece grandi affinità proprio con i bestiari, di cui i detenuti ignoravano l’esistenza.

Ma a stupire sono le esperienze di vita dei detenuti, i loro punti di vista sul mondo che in quei testi si scorgono in filigrana: l’idea che l’uomo conservi l’istinto felino del ghepardo, la tendenza a farsi giustizia da sé aldilà di ogni regola. Un’illusione di onnipotenza che però si infrange in punto di morte, quando l’uomo, spogliato della sua ferocia, si trova a fare i conti con il bilancio tragico dei propri errori e dei propri peccati. In altri emerge un desiderio di una giustizia sociale e solidale: come il branco di licaoni non abbandona i suoi feriti e cura i propri cuccioli, così anche la giustizia si deve prendere cura dei più fragili, senza lasciare indietro nessuno.

I graffiti come mezzo per affermare la propria esistenza

Nello sviluppo coerente di questa riscrittura, Dante è stato evocato sin dall’inizio mediante graffiti che raffigurano una scena dell’Inferno disegnati nel Seicento nel carcere di Palermo. Questi hanno attivato profonde riflessioni dei detenuti sull’esigenza dell’uomo di fare un graffito come «urlo di aiuto», «un modo per affermare la propria esistenza» e «per dire “Io ci sono, io esisto”», «perché l’arte permette di dare voce a chi non ce l’ha».

Sguardi e rinascite: l’emozione dei detenuti davanti ai docenti di Bologna

Il progetto si è concluso con una presentazione davanti a quattro ospiti esterni, tra cui il prof. Giuseppe Ledda, esperto dantista dell’Università di Bologna, e il prof. Luca Decembrotto, professore associato nel Dipartimento di Scienze dell’Educazione dello stesso ateneo. Per alcuni detenuti è stato un momento emozionante, tanto da far vibrare la voce e brillare gli occhi. In particolare, il canto corale di “Rinascerò Rinascerai” di Roby Facchinetti, con cui si è concluso il progetto, non è stata una semplice canzone, ma un segno dell’ardente desiderio dei detenuti di rinascere come persone nuove per «ricucire ciò che è stato fatto di sbagliato». La fenice, scelto come simbolo di speranza, rivela l’intenzione di risorgere dalle proprie ceneri perché «dai propri errori si può rinascere».

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