Da venerdì 23 gennaio arriva in libreria e negli store digitali “L’alchimista del suono. Cinquant’anni di musica al mixer”, il libro in cui l’ingegnere del suono bolognese Maurizio Biancani ripercorre mezzo secolo di lavoro dietro le quinte della musica italiana. Nella stessa giornata, alle 19.30, l’autore presenterà il volume alla Libreria Coop Ambasciatori di Bologna.
Il libro, pubblicato da Fernandel Editore, racconta in prima persona l’esperienza dello storico sound engineer e produttore musicale, fondatore dello Studio Fonoprint, uno dei luoghi simbolo della produzione discografica italiana. Dal mixer Biancani ha seguito e registrato voci e suoni di artisti come Lucio Dalla, Vasco Rossi, Luca Carboni, Laura Pausini, Pooh, Eros Ramazzotti, Zucchero e Samuele Bersani, contribuendo alla costruzione sonora di dischi e tournée che hanno segnato intere generazioni.
Nelle pagine del volume si intrecciano memoria personale e storia collettiva, con uno sguardo sul ruolo spesso invisibile del tecnico del suono e sulle trasformazioni del lavoro in studio dagli anni Settanta a oggi.
Maurizio, nel libro racconti cinquant’anni passati dietro al mixer: in questi 50 anni quando hai capito che il tecnico del suono non è solo una figura tecnica, ma parte attiva del processo creativo?
Ho cominciato mezzo secolo fa, nel 1976. L’ho capito subito: fin dall’inizio mi sono accorto che quello che facevo era importante per la realizzazione del prodotto artistico. Già facendo il fonico dal vivo mi sentivo membro della band a cui lo facevo, come per esempio, per Vasco Rossi. Con la produzione dei dischi mi sono ritrovato nella stessa condizione dei live. Questa sensazione è arrivata immediatamente.
Hai lavorato con artisti molto diversi tra loro, da Lucio Dalla a Vasco Rossi: quanto contano le relazioni umane, oltre alle competenze tecniche, nel lavoro di un ingegnere del suono?
Già dagli anni Ottanta ho cominciato a lavorare stabilmente con Vasco: per quasi vent’anni sono stato il suo fonico dal vivo. Ho sempre cercato di costruire relazioni con lui e con tutti gli artisti che non fossero solo rapporti tra cliente e musicista. Ho sempre cercato di avere rapporti più profondi e positivi con loro. Ad esempio, con Vasco siamo legati da 50 anni e continuiamo a lavorare insieme. Con Lucio Dalla si è creato un vero e proprio rapporto di amicizia: siamo andati in vacanza insieme ed è diventato anche socio del mio studio. Con lui non era solo un rapporto di lavoro, ma anche di una vera amicizia.
Nel libro “L’alchimista del suono” emerge spesso il tema del tempo che passa e della memoria: scrivere queste pagine è stato più un bilancio personale o un modo per fissare una storia collettiva della musica italiana?
È partito dal bisogno di mettere in ordine la memoria. È un insieme di ricordi: parte dagli ultimi giorni di Lucio, poi torna indietro a quando io e Vasco ci siamo conosciuti. Dentro c’è anche tutta la storia della musica italiana. Ho lavorato con tutti gli artisti, uno dopo l’altro. Il libro si chiama proprio “L’alchimista del suono” perché la parola “alchimista” mi è sempre piaciuta. L ‘alchimista è colui che ricerca la Pietra filosofale miscelando sostanze e io nella miscelazione della musica ho sempre cercato di trovare la soluzione sonora migliore. E ho sempre cercato di trovare una mia sonorità. Appena metti su un disco, bisogna subito riconoscere chi lo ha prodotto. Fondamentalmente il libro parla anche della mia vita privata, dei miei ricordi, perché secondo me non si poteva scindere quello che ho fatto nel lavoro da quello che ho vissuto nella vita.
Il libro restituisce uno sguardo sul lavoro dietro le quinte: cosa è cambiato di più, dagli anni Settanta a oggi, nel modo di fare musica in studio?
È cambiato tutto. Siamo partiti da un mondo analogico, fatto di sperimentazione, sia a livello creativo sia a livello di macchinari, e siamo arrivati a oggi, dove si è creata una spersonalizzazione della musica. Si fa musica per fare quantità: prima c’era più qualità. Oggi c’è una marea di produzioni legate al business, e questo porta a un abbassamento della qualità musicale. È un peccato, perché con le macchine di oggi, si potrebbero fare cose incredibili. Avere in passato le macchine di oggi sarebbe stato magnifico.
Fonoprint è stato per anni un punto di riferimento: che ruolo hanno avuto i luoghi fisici, come gli studi di registrazione, nella costruzione di una scena musicale?
Dal 1976 con lo studio Fonoprint a Bologna ci siamo inseriti in una realtà musicale in cui Roma e Milano avevano la priorità. Noi siamo diventati il terzo polo, con un’attenzione diversa agli artisti, basata su legami di amicizia e non solo di lavoro. Da noi, nei nostri studi, Gianni Morandi, Luca Barbarossa, venivano a giocare a carte o a biliardo. A Milano e Roma era tutto più impersonale, e noi abbiamo portato i rapporti umani negli studi di registrazione.

